Attraverso la notte #8 -ILARIA-

ILARIA CONDIVIDE con NOI la “SUA” MILANO tra SENSO di APPARTENENZA e LONTANANZA

CHE DIFFERENZE CI SONO TRA CAMMINARE DI NOTTE TRA LE STRADE DELLA “TUA” CITTA E QUELLE DI UNA CITTA POCO CONOSCIUTA?

Milano da 10 anni è la mia città ma resta comunque una città sconosciuta…ed è una delle cose che mi piacciono. Poter sempre scoprire ed esplorare nuovi posti all’interno di una città conosciuta. Se penso alle strade conosciute all’interno della città, percorrerle è rassicurante, anche i posti che inizialmente mi sembrano brutti diventano più piacevoli e più sicuri dopo averli percorsi.

SFUMATURE E CONTRASTI

Contrasti: noi in gruppo che camminiamo con penne, quaderni e sguardi di ricerca nel silenzio di un quartiere deserto ed a tratti degradato.

Cercare ed essere cercati. Sensazioni di paura nel muovermi di notte in un parco sconosciuto e sensazione di protezione nello stare tutti insieme in un posto che così diventa sicuro.

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ATTRAVERSO LA NOTTE #7 -Elisa-

IL RACCONTO di ELISA tra DESIDERI e STORIE di VITA

COME TI PIACE VIVERE LA NOTTE?

In tanti modi…con gli amici, parlare, incontrare nuova gente, vedere posti nuovi, ballare…a casa nella mia stanza, leggendo un libri.

COSA VORRESTI FARE DI NOTTE E NON HAI MAI POTUTO?

Arrampicarmi su un albero, dormire con una tenda in un parco. Correre lungo una via, velocissima. Utilizzare quelle pompe che usano quelli dell’ANSA per pulire le strade. Entrare in una casa e dormire comoda. Cantare a voce altissima e mettere la musica a palla.

Fare la doccia!

Ballare su una rotonda.

I SEGNI DELL’UMANO CHE NELLA NOTTE RACCONTANO STORIE DI VITA

Tappeti sul marciapiede fuori da un negozio etnico, sacchetto di vestiti, un barattolo di marmellata, macchine, un furgoncino blu, dentro un piccolo teatro una rosa secca, libri accatastati, un pezzo di straccio, una scala tipo quella da imbianchino, ufficio grande illuminato, tutto illuminato, vestiti appesi ad un attaccapanni e sulle sedie delle borse appese.

Come vetrina.

Teatro con dentro un parco giochi, un biscotto (ne è rimasto proprio un morso), una redbull, un giornale.

I lavori di notte, quelli che puliscono le strade, li senti da lontano che fanno rumore.

L’autista di un autobus fermo nel parcheggio ed i ponteggi per i cestini. Mucchi di cartoni ed i cartoni della pizza. Una bici posteggiata.

Ma dove sono tutti?

Due signore su una panchina. Il muro bianco con scritto “Basta sgomberi uniti si vince”. Dietro un cantiere illuminato a giorno si vedono delle ruspe. Scuola di italiano per stranieri su un cestino dell’immondizia.

“Qui si giunge per ritrovare casa. Qui si parte per andare altrove”.

Su un cancello “…e quindi uscimmo a rivedere le stelle”.

Attraverso la notte #4 – Elisa

Cominciamo a pubblicare i progetti personali sulla dei partecipanti alla camminata notturna autunnale. Cominciamo con Elisa.


I SEGNI DELL’UMANO CHE NELLA NOTTE RACCONTANO STORIE DI VITA

Tappeti sul marciapiede fuori da un negozio etnico, sacchetto di vestiti, un barattolo di marmellata, macchine, un furgoncino blu, dentro un piccolo teatro una rosa secca, libri accatastati, un pezzo di straccio, una scala tipo quella da imbianchino, ufficio grande illuminato, tutto illuminato, vestiti appesi ad un attaccapanni e sulle sedie delle borse appese.
Come vetrina.
Teatro con dentro un parco giochi, un biscotto (ne è rimasto proprio un morso), una redbull, un giornale.
I lavori di notte, quelli che puliscono le strade, li senti da lontano che fanno rumore.
L’autista di un autobus fermo nel parcheggio ed i ponteggi per i cestini. Mucchi di cartoni ed i cartoni della pizza. Una bici posteggiata.
Ma dove sono tutti?
Due signore su una panchina. Il muro bianco con scritto “Basta sgomberi uniti si vince”. Dietro un cantiere illuminato a giorno si vedono delle ruspe. Scuola di italiano per stranieri su un cestino dell’immondizia.
“Qui si giunge per ritrovare casa. Qui si parte per andare altrove”.
Su un cancello “…e quindi uscimmo a rivedere le stelle”.

COLLAGE OLTRE LA NOTTE

Il 21 ottobre 2016, all’interno del progetto “Camminando attraverso la notte” – laboratorio di esplorazione collettiva sviluppatosi a Milano ad ogni cambio di stagione – abbiamo realizzato dei collage ispirandoci all’input “Una notte in città”.
Tutti i partecipanti alla camminata notturna si sono così cimentati con la tecnica del collage: tra ritagli di immagini e parole ci si è messi in gioco narrando momenti ed esperienze legate ad una notte passata trascorsa in città.

Di seguito sono riportati i collage dei partecipanti.
A voi tutto il piacere di interpretarli!

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Una narrazione che procede per frammenti, è così che ci piace immaginare la tecnica del collage. Una giustapposizione equilibrata di elementi: immagini, colori, parole, figure, sillabe, forme. Una narrazione che rimanda alle diverse parti che ci costituiscono ed allo stesso tempo alle molteplici interpretazioni che diamo alle nostre esperienze.

Il frammento implica una scelta precisa. O meglio, delle scelte. E’ un’operazione delicata attraverso cui si racconta e si evoca, in cui si visualizza e si gioca con l’enigma, il non detto, il rimando a…Il frammento non è per forza una metonimia, una parte per il tutto né rappresenta l’infinita particella di un’ipotetica unità: semplicemente è. Il significato lo si ritrova nella comunicazione con gli atri elementi con cui dialoga attraverso richiami, giustapposizioni, negazioni, contrappunti, inclusioni, estensioni ed astrazioni.

Reale ed irreale si mischiano e si confondono sfumando il confine tra il reale stesso e la sua rappresentazione: prelievi di realtà vanno a costituire immagini inedite ma non completamente “innocenti” in quanto “messe a bagno con l’umanità” (vedi Diane Waldman in “Collage, Assemblage, and the Found Object, NYC, Harry N. Abrams, 1992”).

Intrisi di vissuto, i collage hanno il sapore del tempo e della lentezza: inchiodano lo sguardo ad una lettura meticolosa e diversificata che necessariamente deve prendersi il tempo per immaginare, lasciarsi suggestionare, interpretare senza necessariamente arrivare ad una comprensione unitaria.

Il desiderio di ri\evocare sfida la volontà di comprendere innescando un meccanismo di contaminazione-fusione-confusione inebriante e dirompente.

A chi guarda, “non resta” che lasciarsi trasportare oltre i confini della razionalità…e allora, che l’immersione sia lieve.

That’s all folks…?

Una volta un professore di Cambridge mi ha detto: “Quando fai ricerca, se sai già cosa stai cercando, allora non è ricerca.”

ESPL NOTTURNA06

Un anno fa abbiamo iniziato questa piccola avventura (camminando attraverso la notte – per chi ancora non la conoscesse) e non sapevamo dove ci avrebbe portato, ci siamo buttate (complice una piccola spinta di Dynamoscopio) e ci siamo ritrovate a condurre gruppi di esplorator* notturni per le vie di Milano. Ora che il percorso che c’eravamo prefissate si è concluso sembra sia arrivato il tempo dei bilanci. Che cosa ci lascia quest’esperienza?

Prima di tutto gli incontri: le persone che hanno condiviso con noi alcune ore della notte, che ci hanno regalato fiducia, tempo e un pochino del loro vissuto. Ci siamo spesso chieste chi sarebbe venut* a queste camminate (a tratti massacranti per orari e percorsi) e quali fossero le motivazioni che l* spingevano. Abbiamo capito che c’è un bisogno diffuso di incontrare un’altra faccia di Milano, di riscoprire una città che non si (ri)conosce più; che c’è un desiderio di uscire dalle rotte ordinarie del vissuto quotidiano. Che c’è passione per l’antropologia, per la fotografia di strada e per il trekking urbano: ma più di tutto c’è voglia di umanità, di scambio; c’è bisogno di riconoscersi e scoprirsi a poco a poco.

Poi c’è la notte, un tempo ormai vissuto spesso e intensamente quasi quanto il giorno, ma che sembra sempre fornire spunti nuovi. C’è ancora, per fortuna, una specie di magia e di mistero nella notte. L’abbiamo un po’ scavata la notte, ma il suo buio (o la sua luce) sono così profondi che ci sembra di averne appena scalfito la superficie.

C’è l’idea di affrontare uno sforzo fisico importante ed andare oltre i propri limiti, anche se al mattino ci troviamo a chiederci, noi per prime, chi ce l’ha fatto fare! Eppure sono gli sforzi più improbi (come camminare da San Vittore al Paolo Pini passando per Niguarda) che poi ci fanno godere di più. Per questo vorremmo mettere il nostro corpo nuovamente alla prova ancora più duramente se possibile. Ma questa è un’altra storia…. o forse no!

Infine c’è lei, Milano, con la sua facciata che non sai bene se è un volto o una maschera. Lei più di tutto era l’oggetto della nostra ricerca. L’abbiamo inseguita lungo strade e marciapiedi fino all’alba. L’abbiamo cercata negli oggetti abbandonati sull’asfalto e nelle scritte sui muri. L’abbiamo chiamata a gran voce leggendo citazioni da testi sulla città e sul camminare. L’abbiamo pedinata con le nostre macchine fotografiche, i nostri registratori audio e i nostri quaderni per appunti. Eppure ogni volta che ci sembra di aver capito qualcosa di lei, ecco che immancabilmente Milano si sottrae, si contraddice, si nega. Quello che rimane sono delle sensazioni, delle visioni, degli squarci di città: i senza tetto che dormono in piazza affari, una piazza metafisica in cui tutto sembra irreale, perfino loro. Il camioncino dei panini alle quattro di notte e la fauna che lo popola. Un tamarro pettinato che alle sei del mattino ci apostrofa in inglese chiedendo da dove veniamo e una volta scoperto che siamo, più o meno, autoctoni ci chiede ancora più esterrefatto cosa ci facciamo in giro a quell’ora. I distributori automatici. Giocare a conchiglietta in un parchetto a Giambellino. Entrare nell’aiuola di piazzale Loreto e sentirsi in una giungla. Il Mercato lorenteggio con le sue bancarelle ed i suoi frequentatori abituali. Proiettare Titicut Follies su un muro dell’ospedale Niguarda. Ogni volta che il sole sorge.

Quando siamo partite non sapevamo cosa stavamo cercando e forse non l’abbiamo nemmeno trovato. La ricerca stessa ci ha regalato interrogativi e nuovi spunti, incoraggiato a moltiplicare il nostro sguardo e suggerito nuove modalità attraverso cui poterlo fare. Abbiamo collezionato qualche esperienza e molti materiali.

Ma la cosa di cui siamo più piene è la voglia di rimetterci subito in strada. Vogliamo esplorare altre città, vogliamo sperimentare altre modalità d’esplorazione, di partecipazione e di condivisione. Non vogliamo fermarci.

La ricerca non si è conclusa, si è solo esaurita una fase. Seguiteci e ne vedrete delle belle…

Attraverso la notte #03 – Serena

Serena ci regala una preziosa e sentita riflessione su Milano e sulle comunità che l’abitano.


Come vi avevo detto quando ci siamo presentat@ quello che mi aveva stimolato a partecipare era la sensazione che questa città, che non amo, non la conoscessi più, e così ho colto al volo l’idea della camminata notturna.

Già raggiungendovi facendo a piedi da primaticcio al Giambellino la mia sensazione si rafforzava, attraversavo un quartiere a me quasi sconosciuto e mi è venuta voglia di prendere l’abitudine di passeggiare nella periferia milanese e scoprire esperienze, come ad esempio quelle del mercato comunale o delle case verdi che non conosco e di cui ho voglia di capire di più.

Ma l’arrivo in zona Venezia ha fatto riaffiorare in me tutto l’odio che ho per questa città.

Ho sempre frequentato molto il quartiere Venezia. Corso Buenos Aires è sempre stata la merda che è adesso, ma il lazzaretto era un punto di riferimento per la comunità etiope ed eritrea. Molti migranti, provenienti prevalentemente dalle ex colonie italiane, vi si sono stabiliti.

Le vecchie case a corte, la vicinanza con la stazione, le pensioni economiche hanno permesso l’accesso alle abitazioni di questa zona che è diventata il ritrovo della comunità eritrea.

La prima ondata di eritrei ed etiopi in Italia è arrivata negli anni settanta, dopo il colpo di stato del 1974 che ha portato al potere Mengistu Haile Mariam in Etiopia e ha segnato l’intensificarsi del conflitto per l’indipendenza tra il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Flpe) e l’esercito etiope.

La comunità eritrea era molto attiva negli anni 70-80, organizzata, unita. Erano gli anni della lotta per l’indipendenza, gli anni del socialismo panafricano, conoscerli e frequentarli ti faceva capire cosa era stato il colonialismo italiano. Altro che italiani brava gente come ci avevano insegnato a scuola!

Erano presenti nelle occupazioni delle case e prima che i socialisti gli concedessero una loro sede si ritrovavano al Leoncavallo (in quegli anni luogo dell’antagonismo milanese), a Bologna ogni anno ad agosto la comunità eritrea organizzava per un mese dei grandi raduni europei per sostenere la guerra d’indipendenza. I ristoranti che aprivano erano collegati con il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Flpe) e servivano al suo finanziamento.

Tutto questo si percepiva e si viveva nel quartiere.

Dal 1991 al 1997 in molti tornano in Eritrea nella speranza di ricominciare. Ma il regime di Afewerki non tarda a mostrare il suo volto autoritario: lentamente elimina ogni garanzia democratica usando l’idea propagandistica di una guerra perenne con l’Etiopia, mette in carcere gli oppositori, istituisce la leva obbligatoria a tempo indeterminato, costringe la popolazione ai lavori forzati.

L’indipendenza del 1993, la guerra con l’Etiopia e soprattutto la fuga di molti giovani dalla dittatura militare di Isaias Aferwerki, presidente da 22 anni. Sono le ferite che dividono la stessa comunità milanese: tra chi appoggia il governo dell’eroe dell’indipendenza e chi protesta contro il suo regime, chi si mobilita per aiutare i profughi e chi si oppone perché filogovernativo, chi si sente eritreo e chi eritreo-etiope.

Il quartiere è cambiato, gli eritrei sono cambiati.

Ma il quartiere rimane il ritrovo della comunità eritrea, è sempre qui che gli eritrei di oggi, in fuga dalla dittatura feroce e insensata di Isaias Afewerki, che preferiscono rischiare la traversata attraverso il Mediterraneo che marcire nelle grinfie di un regime protetto anche da occidente, cercano rifugio dopo essere approdati a Lampedusa con una carretta scassata. Sanno che a Porta Venezia una zuppa calda e qualcuno che sa parlare la loro lingua lo troveranno di sicuro.

E’ sempre qui, che nell’ottobre del 2013, la comunità milanese organizza un grossa manifestazione (con la presenza di pochissimi italiani) dopo il naufragio a poche miglia da Lampedusa (366 morti accertati e circa 20 presunti dispersi) e denuncia a forte voce le responsabilità dell’occidente.

Oggi che Porta Venezia, con i suoi bei palazzi d’epoca riqualificati, con i prezzi delle case alle stelle e con i tanti bar di tendenza che animano le notti, è un quartiere alla moda, è facile dimenticare la storia della «casbah di Milano». Eppure basterebbe sedersi ai tavoli di ristoranti come l’Asmara o il Samson, aperti proprio in quegli anni dai primi immigrati, per ripercorrere quei giorni. Oppure camminare per le strade del quartiere di giorno, pieni di negozi, agenzie viaggi, call center… nei giardinetti di Porta Venezia dove si ritrovano i profughi o nelle vie che abbiamo percorso noi di notte dove le attività commerciali e lo spazio stradale antistante sono anche luoghi di ritrovo e informazione, di riaffermazione culturale e di comunicazione.

Scusatemi la lunga divagazione, torno alla nostra passeggiata.

L’arrivo in via Lecco mi ha profondamente infastidito. Non ero assolutamente preparata alla trasformazione che subisce il quartiere di notte. Quella dei bar gay l’ho vissuta come una vera e propria invasione o meglio colonizzazione. Non fraintendetemi non ho nulla in contrario che delle comunità ricerchino dei propri luoghi, ma è apparsa ai miei occhi come quella di una comunità identitaria che nella sua ricerca di riconoscimento fa proprio il gioco della piovra, che accetta di essere controllata e manipolata, da parte di chi può avere l’interesse a conformare e ad anestetizzare gli individui intorno a stili di vita e comportamenti acritici, di passiva accettazione dell’esistente. Chiedere riconoscimento non significa chiedere il riconoscimento di quello che già siamo ma sollecitare un divenire, incoraggiare una trasformazione, ricercare un futuro sempre in relazione con l’altro non spodestandogli il territorio!

Io rimango annichilita quando mi appare l’omologazione, rimango annichilita ogni volta che vedo un movimento che è stato portatore di trasformazioni perdere le proprie caratteristiche e uniformarsi alle tendenze dominanti.

Tutt@ bianch@, rigidamente separat@ tra gay e lesbiche (e i/le trans?), tutt@ ben vestit@ con la loro buona birretta in mano venduta da qualche furbo commerciante gay o lesbica che sia!

Altro che la voglia sovversiva che appariva dal video che ci avete mostrato in via Sammartini!

Ho il rimpianto di non aver fatto tutta la passeggiata, di non aver attraversato altri quartieri, di non aver visto con voi l’alba, di ……. e allora, alla prossima!

 

VIDEOCOLLAGE – Estate – Camminando attraverso la notte

Per chi è pensato lo spazio pubblico?

Dopo ogni camminata notturna montiamo un piccolo video fatto un po’ come un collage, unendo pezzi: immagini, suoni, parole. Forse ne emerge una trama, seppur sottile, forse solo una sensazione. E’ una forma di restituzione personale e collettiva al tempo stesso.

Ringraziamo i compagni di viaggio di questa calda notte estiva.

ATTRAVERSO LA NOTTE #3 – Mattia

Prima di una piccola pausa estiva, pubblichiamo il contributo fotografico di Mattia, continuando così la restituzione dell’esperienza della terza camminata notturna del progetto CAMMINANDO ATTRAVERSO LA NOTTE. Buona estate!


QUESTA NOTTE È ANCORA TROPPO POCO NOTTE

Appunti su un’esplorazione notturna

Vorremmo che leggeste questo pezzo di notte, da soli, in uno spazio intimo ma non per forza sicuro. Non di sera, ma durante la notte, la notte vera, profonda, quella che sembra non dover finire mai. Vorrei che voi lo leggeste in uno stato simile, per quanto possibile, a quello che abbiamo provato durante questa notte. Vorrei che voi viaggiaste con noi attraverso questa notte.


Questo piccolo scritto è un insieme di appunti che abbiamo maturato durante e dopo la terza esplorazione notturna che abbiamo organizzato (assieme all’associazione Dynamoscopio e al Mercato di Lorenteggio) e che si è svolta il 22 di luglio. Abbiamo camminato da Porta Venezia a via Padova, assieme ad un piccolo e meraviglioso gruppo di esploratori notturni.

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“Le notti non finiscono all’alba nella via” cantava Max Pezzali, eppure la sensazione che provo quando il buio della notte si scioglie nella luce del sole è che l’incantesimo si sia spezzato, che qualcosa è cambiato. Siamo sempre gli stessi, Milano è sempre quella eppure non è più la stessa cosa. Le parole, i gesti, i silenzi spesi durante quella notte ci hanno reso partecipi di un mistero, ci hanno permesso di cercare e di lasciarci guidare. La stanchezza si fa sentire, il corpo comincia a cedere, la testa si fa pesante, ma non è solo questo che rallenta il nostro passo, che ci conduce inevitabilmente alla fine. Forse tutto è già finito con il primo raggio di sole. È qui che mi rendo conto che la luce è pornografica perché cancella con i suoi raggi lo spazio dell’immaginazione, perché distrugge l’intimità della notte. La luce mette tutto a fuoco, tutto in primo piano. Il buio ti concede di dare ai tuoi desideri una forma e un nome sconosciuti, ti da il permesso di un pensiero proibito. Eppure, parafrasando Max Pezzali, quella notte ce la portiamo dentro, la porteremo a casa tra poche ore quando, dopo una veloce colazione, ci saluteremo, e ne faremo qualcosa, anche solo un ricordo. Questa notte è finita troppo presto. Rimane il desiderio di tutte le strade che non abbiamo percorso, di tutti gli incroci in cui abbiamo preso una direzione e invece avremmo potuto andare dall’altra parte, di voltarsi e tornare sui propri passi, di mettersi a parlare con chi incrocia il nostro cammino casualmente, di fermarsi e stare; il desiderio di tutto quello che poteva essere e non è stato. L’alba inclemente ci lascia naufraghi con i nostri preziosi relitti notturni: fotografie, video, appunti, immagini, magari una sensazione. Questo rimane e con loro rimane anche la notte. Ci saranno altre notti, mi dico, per mettere a tacere questa sensazione di abbandono. Ci sarà la consapevolezza della notte. Ma perché ho quest’ansia che la notte sia già finita? Perché il tempo della notte mi è sembrato troppo breve? Perché mi sembra che tutto si sia dissolto proprio nel momento in cui lo stavo sfiorando? Forse perché la notte è fatta di ombre? Di illusioni? Di desideri? Di fantasie che la notte stessa se le rimangia appena spunta un raggio di sole. Cosa separa la veglia dal sogno di notte?

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Una notte fatta di luci al neon e di gallerie, di vie affollate, di bottiglie di birra e macchie di urina, di schiamazzi e di silenzi. La notte è uno spazio abitato. Da spazio a tutti, soprattutto a chi non ha spazio di giorno.

La notte della città non è la notte della campagna, la notte dell’estate non è la notte dell’inverno, o della primavera, la notte di oggi non è più la notte del risposo e del silenzio, non è più uno spazio necessariamente intimo e privato, di condivisione con se stessi.

La notte è lo spazio della festa, di corpi che invadono locali, marciapiedi e vie, per incontrarsi e riconoscersi. La notte è un tempo di lavoro come ci mostra Simone, un amico che ci ospita nella sua piccola casa alle tre di notte e che sta montando un documentario sull’Africa per la consegna del giorno dopo.

Sotto un ponte della ferrovia incontriamo un gruppo di ragazzi che ha deciso di continuare la festa lì, con tanto di stereo anni ottanta, perché anche per loro questa notte non può ancora finire. Ecco, questa notte non può, non deve finire.

Mi torna in mente una frase che ho letto su uno striscione poco più di una settimana fa. La notte è ancora troppo poco notte. Era a Santarcangelo al festival dei teatri, era un’altra notte, partecipavo al laboratorio Autoscuola della notte, un altro laboratorio per viaggiatori notturni. La frase è parte di un intervento del filosofo Emanuele Coccia.

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Leggo l’intervento solo oggi (grazie a Livia), dopo aver scritto questo pezzo e mi accorgo che nelle sue parole c’è l’articolazione del pensiero che sento e che non riesco a esprimere. Allora vi affido alle sue parole, perché vi conducano al termine della notte. Buon viaggio.

“Non abbiamo la minima idea di cosa sia la notte e non lo sapremo mai, almeno finché non proveremo a conoscere la notte attraverso la notte: cessando di proiettarci in essa con il nostro corpo diurno, abbandonando la nostra ostinazione a volerla abitare ed esplorare con gli stessi organi, gli stessi sensi, le stesse idee che rendono possibile la nostra vita diurna. Per conoscere la notte è necessario trasformare il nostro corpo, creare nuovi organi di percezione: si può vedere la notte solo facendosi notte, diventando della stessa sostanza del tempo e dello spazio che ora ci circonda, accentando che non si può entrare nella notte senza cambiare forma. Invece di continuare a domandarci “sentinella quanto resta della notte?” come non cessiamo di fare da secoli usando le parole del libro di Isaia- dovremmo accettare di restare nella notte, cercare di non volerne più uscire, cessare di aspettare un alba, un mattino, un crepuscolo liberatore. Non abbiamo bisogno di uscire dalla notte –e non potremo mai farlo, perché non smetteremo mai di rientrarci: i nostri giorni non sono altro che dei lunghi corridoi verso una nuova notte.”

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Aspetto la prossima notte.