Attraverso la notte #03 – Serena

Serena ci regala una preziosa e sentita riflessione su Milano e sulle comunità che l’abitano.


Come vi avevo detto quando ci siamo presentat@ quello che mi aveva stimolato a partecipare era la sensazione che questa città, che non amo, non la conoscessi più, e così ho colto al volo l’idea della camminata notturna.

Già raggiungendovi facendo a piedi da primaticcio al Giambellino la mia sensazione si rafforzava, attraversavo un quartiere a me quasi sconosciuto e mi è venuta voglia di prendere l’abitudine di passeggiare nella periferia milanese e scoprire esperienze, come ad esempio quelle del mercato comunale o delle case verdi che non conosco e di cui ho voglia di capire di più.

Ma l’arrivo in zona Venezia ha fatto riaffiorare in me tutto l’odio che ho per questa città.

Ho sempre frequentato molto il quartiere Venezia. Corso Buenos Aires è sempre stata la merda che è adesso, ma il lazzaretto era un punto di riferimento per la comunità etiope ed eritrea. Molti migranti, provenienti prevalentemente dalle ex colonie italiane, vi si sono stabiliti.

Le vecchie case a corte, la vicinanza con la stazione, le pensioni economiche hanno permesso l’accesso alle abitazioni di questa zona che è diventata il ritrovo della comunità eritrea.

La prima ondata di eritrei ed etiopi in Italia è arrivata negli anni settanta, dopo il colpo di stato del 1974 che ha portato al potere Mengistu Haile Mariam in Etiopia e ha segnato l’intensificarsi del conflitto per l’indipendenza tra il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Flpe) e l’esercito etiope.

La comunità eritrea era molto attiva negli anni 70-80, organizzata, unita. Erano gli anni della lotta per l’indipendenza, gli anni del socialismo panafricano, conoscerli e frequentarli ti faceva capire cosa era stato il colonialismo italiano. Altro che italiani brava gente come ci avevano insegnato a scuola!

Erano presenti nelle occupazioni delle case e prima che i socialisti gli concedessero una loro sede si ritrovavano al Leoncavallo (in quegli anni luogo dell’antagonismo milanese), a Bologna ogni anno ad agosto la comunità eritrea organizzava per un mese dei grandi raduni europei per sostenere la guerra d’indipendenza. I ristoranti che aprivano erano collegati con il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Flpe) e servivano al suo finanziamento.

Tutto questo si percepiva e si viveva nel quartiere.

Dal 1991 al 1997 in molti tornano in Eritrea nella speranza di ricominciare. Ma il regime di Afewerki non tarda a mostrare il suo volto autoritario: lentamente elimina ogni garanzia democratica usando l’idea propagandistica di una guerra perenne con l’Etiopia, mette in carcere gli oppositori, istituisce la leva obbligatoria a tempo indeterminato, costringe la popolazione ai lavori forzati.

L’indipendenza del 1993, la guerra con l’Etiopia e soprattutto la fuga di molti giovani dalla dittatura militare di Isaias Aferwerki, presidente da 22 anni. Sono le ferite che dividono la stessa comunità milanese: tra chi appoggia il governo dell’eroe dell’indipendenza e chi protesta contro il suo regime, chi si mobilita per aiutare i profughi e chi si oppone perché filogovernativo, chi si sente eritreo e chi eritreo-etiope.

Il quartiere è cambiato, gli eritrei sono cambiati.

Ma il quartiere rimane il ritrovo della comunità eritrea, è sempre qui che gli eritrei di oggi, in fuga dalla dittatura feroce e insensata di Isaias Afewerki, che preferiscono rischiare la traversata attraverso il Mediterraneo che marcire nelle grinfie di un regime protetto anche da occidente, cercano rifugio dopo essere approdati a Lampedusa con una carretta scassata. Sanno che a Porta Venezia una zuppa calda e qualcuno che sa parlare la loro lingua lo troveranno di sicuro.

E’ sempre qui, che nell’ottobre del 2013, la comunità milanese organizza un grossa manifestazione (con la presenza di pochissimi italiani) dopo il naufragio a poche miglia da Lampedusa (366 morti accertati e circa 20 presunti dispersi) e denuncia a forte voce le responsabilità dell’occidente.

Oggi che Porta Venezia, con i suoi bei palazzi d’epoca riqualificati, con i prezzi delle case alle stelle e con i tanti bar di tendenza che animano le notti, è un quartiere alla moda, è facile dimenticare la storia della «casbah di Milano». Eppure basterebbe sedersi ai tavoli di ristoranti come l’Asmara o il Samson, aperti proprio in quegli anni dai primi immigrati, per ripercorrere quei giorni. Oppure camminare per le strade del quartiere di giorno, pieni di negozi, agenzie viaggi, call center… nei giardinetti di Porta Venezia dove si ritrovano i profughi o nelle vie che abbiamo percorso noi di notte dove le attività commerciali e lo spazio stradale antistante sono anche luoghi di ritrovo e informazione, di riaffermazione culturale e di comunicazione.

Scusatemi la lunga divagazione, torno alla nostra passeggiata.

L’arrivo in via Lecco mi ha profondamente infastidito. Non ero assolutamente preparata alla trasformazione che subisce il quartiere di notte. Quella dei bar gay l’ho vissuta come una vera e propria invasione o meglio colonizzazione. Non fraintendetemi non ho nulla in contrario che delle comunità ricerchino dei propri luoghi, ma è apparsa ai miei occhi come quella di una comunità identitaria che nella sua ricerca di riconoscimento fa proprio il gioco della piovra, che accetta di essere controllata e manipolata, da parte di chi può avere l’interesse a conformare e ad anestetizzare gli individui intorno a stili di vita e comportamenti acritici, di passiva accettazione dell’esistente. Chiedere riconoscimento non significa chiedere il riconoscimento di quello che già siamo ma sollecitare un divenire, incoraggiare una trasformazione, ricercare un futuro sempre in relazione con l’altro non spodestandogli il territorio!

Io rimango annichilita quando mi appare l’omologazione, rimango annichilita ogni volta che vedo un movimento che è stato portatore di trasformazioni perdere le proprie caratteristiche e uniformarsi alle tendenze dominanti.

Tutt@ bianch@, rigidamente separat@ tra gay e lesbiche (e i/le trans?), tutt@ ben vestit@ con la loro buona birretta in mano venduta da qualche furbo commerciante gay o lesbica che sia!

Altro che la voglia sovversiva che appariva dal video che ci avete mostrato in via Sammartini!

Ho il rimpianto di non aver fatto tutta la passeggiata, di non aver attraversato altri quartieri, di non aver visto con voi l’alba, di ……. e allora, alla prossima!

 

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VIDEOCOLLAGE – Estate – Camminando attraverso la notte

Per chi è pensato lo spazio pubblico?

Dopo ogni camminata notturna montiamo un piccolo video fatto un po’ come un collage, unendo pezzi: immagini, suoni, parole. Forse ne emerge una trama, seppur sottile, forse solo una sensazione. E’ una forma di restituzione personale e collettiva al tempo stesso.

Ringraziamo i compagni di viaggio di questa calda notte estiva.

QUESTA NOTTE È ANCORA TROPPO POCO NOTTE

Appunti su un’esplorazione notturna

Vorremmo che leggeste questo pezzo di notte, da soli, in uno spazio intimo ma non per forza sicuro. Non di sera, ma durante la notte, la notte vera, profonda, quella che sembra non dover finire mai. Vorrei che voi lo leggeste in uno stato simile, per quanto possibile, a quello che abbiamo provato durante questa notte. Vorrei che voi viaggiaste con noi attraverso questa notte.


Questo piccolo scritto è un insieme di appunti che abbiamo maturato durante e dopo la terza esplorazione notturna che abbiamo organizzato (assieme all’associazione Dynamoscopio e al Mercato di Lorenteggio) e che si è svolta il 22 di luglio. Abbiamo camminato da Porta Venezia a via Padova, assieme ad un piccolo e meraviglioso gruppo di esploratori notturni.

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“Le notti non finiscono all’alba nella via” cantava Max Pezzali, eppure la sensazione che provo quando il buio della notte si scioglie nella luce del sole è che l’incantesimo si sia spezzato, che qualcosa è cambiato. Siamo sempre gli stessi, Milano è sempre quella eppure non è più la stessa cosa. Le parole, i gesti, i silenzi spesi durante quella notte ci hanno reso partecipi di un mistero, ci hanno permesso di cercare e di lasciarci guidare. La stanchezza si fa sentire, il corpo comincia a cedere, la testa si fa pesante, ma non è solo questo che rallenta il nostro passo, che ci conduce inevitabilmente alla fine. Forse tutto è già finito con il primo raggio di sole. È qui che mi rendo conto che la luce è pornografica perché cancella con i suoi raggi lo spazio dell’immaginazione, perché distrugge l’intimità della notte. La luce mette tutto a fuoco, tutto in primo piano. Il buio ti concede di dare ai tuoi desideri una forma e un nome sconosciuti, ti da il permesso di un pensiero proibito. Eppure, parafrasando Max Pezzali, quella notte ce la portiamo dentro, la porteremo a casa tra poche ore quando, dopo una veloce colazione, ci saluteremo, e ne faremo qualcosa, anche solo un ricordo. Questa notte è finita troppo presto. Rimane il desiderio di tutte le strade che non abbiamo percorso, di tutti gli incroci in cui abbiamo preso una direzione e invece avremmo potuto andare dall’altra parte, di voltarsi e tornare sui propri passi, di mettersi a parlare con chi incrocia il nostro cammino casualmente, di fermarsi e stare; il desiderio di tutto quello che poteva essere e non è stato. L’alba inclemente ci lascia naufraghi con i nostri preziosi relitti notturni: fotografie, video, appunti, immagini, magari una sensazione. Questo rimane e con loro rimane anche la notte. Ci saranno altre notti, mi dico, per mettere a tacere questa sensazione di abbandono. Ci sarà la consapevolezza della notte. Ma perché ho quest’ansia che la notte sia già finita? Perché il tempo della notte mi è sembrato troppo breve? Perché mi sembra che tutto si sia dissolto proprio nel momento in cui lo stavo sfiorando? Forse perché la notte è fatta di ombre? Di illusioni? Di desideri? Di fantasie che la notte stessa se le rimangia appena spunta un raggio di sole. Cosa separa la veglia dal sogno di notte?

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Una notte fatta di luci al neon e di gallerie, di vie affollate, di bottiglie di birra e macchie di urina, di schiamazzi e di silenzi. La notte è uno spazio abitato. Da spazio a tutti, soprattutto a chi non ha spazio di giorno.

La notte della città non è la notte della campagna, la notte dell’estate non è la notte dell’inverno, o della primavera, la notte di oggi non è più la notte del risposo e del silenzio, non è più uno spazio necessariamente intimo e privato, di condivisione con se stessi.

La notte è lo spazio della festa, di corpi che invadono locali, marciapiedi e vie, per incontrarsi e riconoscersi. La notte è un tempo di lavoro come ci mostra Simone, un amico che ci ospita nella sua piccola casa alle tre di notte e che sta montando un documentario sull’Africa per la consegna del giorno dopo.

Sotto un ponte della ferrovia incontriamo un gruppo di ragazzi che ha deciso di continuare la festa lì, con tanto di stereo anni ottanta, perché anche per loro questa notte non può ancora finire. Ecco, questa notte non può, non deve finire.

Mi torna in mente una frase che ho letto su uno striscione poco più di una settimana fa. La notte è ancora troppo poco notte. Era a Santarcangelo al festival dei teatri, era un’altra notte, partecipavo al laboratorio Autoscuola della notte, un altro laboratorio per viaggiatori notturni. La frase è parte di un intervento del filosofo Emanuele Coccia.

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Leggo l’intervento solo oggi (grazie a Livia), dopo aver scritto questo pezzo e mi accorgo che nelle sue parole c’è l’articolazione del pensiero che sento e che non riesco a esprimere. Allora vi affido alle sue parole, perché vi conducano al termine della notte. Buon viaggio.

“Non abbiamo la minima idea di cosa sia la notte e non lo sapremo mai, almeno finché non proveremo a conoscere la notte attraverso la notte: cessando di proiettarci in essa con il nostro corpo diurno, abbandonando la nostra ostinazione a volerla abitare ed esplorare con gli stessi organi, gli stessi sensi, le stesse idee che rendono possibile la nostra vita diurna. Per conoscere la notte è necessario trasformare il nostro corpo, creare nuovi organi di percezione: si può vedere la notte solo facendosi notte, diventando della stessa sostanza del tempo e dello spazio che ora ci circonda, accentando che non si può entrare nella notte senza cambiare forma. Invece di continuare a domandarci “sentinella quanto resta della notte?” come non cessiamo di fare da secoli usando le parole del libro di Isaia- dovremmo accettare di restare nella notte, cercare di non volerne più uscire, cessare di aspettare un alba, un mattino, un crepuscolo liberatore. Non abbiamo bisogno di uscire dalla notte –e non potremo mai farlo, perché non smetteremo mai di rientrarci: i nostri giorni non sono altro che dei lunghi corridoi verso una nuova notte.”

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Aspetto la prossima notte.

Camminando attraverso la notte #2 – VIDEOCOLLAGE

In attesa della prossima camminata notturna, che si terrà il 22 luglio, pubblichiamo il videocollage della camminata del 9 di aprile. Durante quell’incontro abbiamo parlato di gabbie e confini dentro la città. Buona visione!

FROCIZZIAMO LO SPAZIO PUB(BL)ICO?

Per la prima volta partecipiamo al Pride come collettivo “Marsala”; Siamo partite con l’idea di effettuare delle riprese e delle interviste non per testimoniare questo evento ma per raccontarne alcuni specifici aspetti. Ci interessa capire i motivi che spingono le persone a scendere in strada, il senso del loro “essere qui oggi” insieme ad altre migliaia ma anche addentrarci nelle loro vite private provando a capire in che modo le rivendicazioni del Pride lgbtqi siano portate avanti ogni giorno.

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Tra la musica ad alto volume, il cellulare che suona quasi ininterrottamente, gli amici e le amiche con cui è impossibile darsi un puntello concreto è davvero difficile mantenere alta la concentrazione e portare avanti il nostro progetto iniziale… oltre a tutto ciò, la nostra attenzione è attirata dalle sponsorizzazioni gay friendly che multinazionali come Google, Microsoft, Amazon, Deliveroo e simili realizzano al fine di accalappiarsi i clienti più disparati. Subdole e tentacolari, queste operazioni di pinkwashing invadono lo spazio pubblico mescolandosi tra la folla senza creare nessuno scompiglio. Anzi, probabilmente, nella maggior parte dei casi, trovano approvazione da parte di chi, un po’ ingenuamente, sorride compiaciuto all’idea che anche a Google i froci stiano simpatici: che carini, grazie!

Decidiamo così di porre la nostra attenzione su altro: mettiamo via le videocamere ed iniziamo a raccogliere tutti i volantini che ci capitano sotto mano.

Ma che cos’è il pinkwashing? E soprattutto, perché dovrebbe riguardarci?

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Definita come una “tecnica di comunicazione utilizzata da un’impresa o da un governo per cui, sfruttando la promozione dell’omosessualità, si cerca di modificare la propria immagine e la propria reputazione dimostrandosi progressisti, tolleranti ed aperti”, questa metodologia fuorviante passa spesso inosservata al punto che oggi appare del tutto normale che multinazionali, imprese e governi promuovano l’inclusione e la difesa delle cosiddette “minoranze” nonostante, nella realtà, determinano stili di vita che mal coincidono con quanto vorrebbero raccontare. L’omosessualità, quindi, da evento dirompente e trasgressivo assume oggi il compito di promotore della regolazione e della coesione sociale nel momento in cui diventa la merce di scambio che politici e multinazionali usano per apparire moderni e democratici; sappiamo bene, però, che dietro questa apertura solo apparente si nascondono interessi economici specifici finalizzati non certo alla reale presa in carico delle vite, dei desideri, dei diritti e delle rivendicazioni delle persone lgbtqi quanto ad un consistente ed esclusivo aumento del proprio profitto e del proprio consenso.

Il Pride, inondato di volantini promozionali e gadget commerciali, da strumento di lotta che irrompe nello spazio pubblico sovvertendo l’ordine pre-costituito corre il rischio di diventare sempre di più una merce in ostaggio di se stessa, una sfilata colorata e gioiosa che mercifica e normalizza la portata rivoluzionaria di tutti quei corpi e soggetti che non vogliono assoggettarsi alle regole di un mercato e di una politica che sfrutta, crea divisioni, precarietà ed incertezze nelle nostre vite.

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Come collettivo Marsala, a partire dal 2013 abbiamo iniziato a riflettere sul rapporto tra identità-sessualità-spazio; lo abbiamo fatto visualmente realizzando video, performance ed installazioni. Tre anni di ricerca e sperimentazioni non sono molti, ma se c’è una cosa che abbiamo capito è che lo spazio pubblico è un terreno di lotta che va “difeso” attraverso pratiche di autodeterminazione finalizzate a mettere in discussione la norma, non certo ad allargarne la sua portata totalizzante.

Mettere in discussione la norma non significa essere anormali ma semplicemente essere in ricerca, liber* di occupare spazi, sperimentare relazioni e modalità attraverso cui esprimere noi stess* e le nostre sessualità anche e soprattutto al di fuori dei diritti, dei luoghi e dei momenti in cui ciò ci viene permesso, oltraggiosamente coraggiose di diventare ciò che solo in parte sappiamo.

Alle politiche di pinkwashing continueremo ad opporre narrazioni differenti che puntano alla realtà e non ad una sua demistificazione.

HOMEWORKS – accostando la porta…

Sabato 14 maggio e domenica 15 maggio siamo state ospiti di BAUM OFF con Homeworks. Abbiamo avuto la fortuna di abitare Maison 22 con la nostra installazione. Un breve resoconto di questa esperienza.

Maison è una casa, uno spazio da attraversare e che ti attraversa. Maison è una casa abitata quotidianamente da più persone e da più storie. Maison si trasforma continuamente. Maison ci ha accolte e ci ha dato il permesso di essere presenti come volevamo. Abbiamo invaso tutto lo spazio con Homeworks: dalle camere da letto, ai bagni al pianerottolo. I nostri segni sono andati a mischiarsi e sommarsi con i segni della casa. maison22_3Segni simili: oggetti di uso quotidiano portati da noi e opere d’arte contenute da Maison. Pensiamo che il pubblico abbia fatto una certa fatica a capire cosa fosse “installato” e cosa invece appartenesse all’ambiente. E questo ci è piaciuto. Perché ci piace stare nelle intersezioni e ci piace giocare con l’ambiguità. Ci piace giocare con il visitatore e invitarlo a farsi intervistare nella vasca da bagno: il nostro corpo e il suo che si sfiorano, una strana forma d’intimità, un semplice dialogo che diventa terapia. Anche questo è un effetto non voluto eppure cercato. Ci piace ascoltare le interpretazioni di un bambino che racconta del nostro lavoro molto più di quello che ci abbiamo messo dentro. Infine ci piace creare un momento informale d’incontro con il pubblico e per farlo abbiamo comprato cinque litri di rosè, quello buono, di Pippo, e lo abbiamo messo in cucina…

maison22_10Due giorni, quattro ore al giorno per un totale di otto ore. Sembra poco, considerate le settimane di lavoro che stanno dietro alla presentazione di un’installazione. Come se il tempo si fosse consumato rapidamente, quasi senza accorgercene, riportandoci improvvisamente al di fuori delle pareti di Maison 22. Oltre le strade che abbiamo attraversato assieme a BAUM, pronte per nuovi percorsi che ci spingono verso Gorizia. Le sensazioni, una volta smontato tutto, sono eterogenee e contrastanti: la stanchezza si mischia all’adrenalina, il silenzio è corrotto dal rimbombo dei discorsi intrattenuti con le persone incontrate, il vuoto generato dal aver tolto schermi, oggetti, suoni e immagini contrasta con il ricordo delle interazioni che quegli schermi, oggetti, suoni e immagini hanno generato. In una giornata di grandine, sole, nuvole e pioggia, il desiderio di volere di più sfuma nella consapevolezza che è stato fatto tanto. Non noi, ma tutt* le persone che hanno reso HOMEWORKS un’installazione ancora più fluida ed ancora più ricca di quanto potessimo pensare.

La concretezza, così necessaria nel momento in cui si trascorrono ore, giorni e mesi dietro ad un progetto che cresce soprattutto nella testa e nei frame, ti mette davanti ad un confronto a cui è impossibile sottrarsi: ci si mostra più come persone che come artiste, attraverso un prodotto che finito non è. La nostra ricerca continuerà abitando case e spazi che ancora non conosciamo, facendo interviste in luoghi insoliti, mettendoci necessariamente allo scoperto consapevoli che abitare può trasformarsi in un gioco itinerante di superamento di confini che si riaffermano proprio perché vogliono essere nuovamente superati.IMG_2489

Sono state otto ore intense e ricche quelle che abbiamo trascorso in compagnia di HOMEWORKS, ed anche se sembra non essere mai abbastanza – perché sarebbe potuta venire più gente, perché si poteva fare qualcosa di più, di meglio, di più accurato – la sensazione è di aver fatto un passo avanti perché è stato un passo condiviso.

Gli incontri che si sono generati dentro Maison 22 in questi due pomeriggi di metà maggio hanno arricchito la nostra ricerca, fatto emergere interpretazioni insolite, regalato nuove possibilità.

Grazie a BAUM (che non è solo Elvira!), alla spontaneità di Maria Rosa (e ai suoi suggerimenti culinari), all’ospitalità di Maison 22 che con il suo parquet rende tutto più morbido. Grazie a Piera, Nicola e Anna che hanno allestito con noi suggerendoci soluzioni inaspettate. Grazie alle\ai curios* che salendo le scale di questo palazzo sono venut* ad incontrarci, entrando così nel vivo di una ricerca che è tanto artistica quanto personale.

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Intimità è la parola che ci portiamo via.

HOMEWORKS -Installazione al Mercato Lorenteggio

Poco più di un anno fa abbiamo iniziato a pensare a Homeworks: un’installazione sull’abitare contemporaneo. Abbiamo letto, discusso, girato, montato, rigirato e rimontato, giocato con oggetti e fotografie, aggiunto e tolto pezzi.
Il 27 febbraio presentiamo un punto di arrivo (momentaneo) di questa ricerca. Venite a trovarci al Mercato di Lorenteggio ospiti degli amici di Dynamoscopio!

 

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volantino per presentazione al Mercato Lorenteggio

Homeworks” prende spunto dalle riflessioni riguardanti i molteplici significati che ha per noi il termine “casa”, uno spazio che accomuna la maggior parte delle persone che ci circondano oltre che essere luogo di relazioni continue, di costruzione dell’identità e della sua messa in discussione. Casa come contenitore di oggetti eterogenei che ci riguardano, che parlano di noi e del nostro complesso rapporto con il mondo e le persone che lo abitano. Obiettivo da raggiungere, proprietà da possedere. La sacralità che la casa riveste oggi ci ha spinte ad interrogarci rispetto alle leggi che regolano i nostri modi di viverla, sulle possibili forme dell’abitare, sulle consuetudini che ci portiamo dentro. Casa come spazio conosciuto e costruito per sentirsi al sicuro ed allo stesso tempo luogo che fa emergere in noi il desiderio di intraprendere azioni e gesti capaci di andare oltre l’abitudine, l’aspettativa, il politicamente corretto.

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Retro volantino di presentazione per Mercato Lorenteggio

Siamo partite da noi con l’obiettivo di sviluppare una ricerca multimediale che potesse coinvolgere chiunque: l’installazione che proponiamo al Mercato Lorenteggio Sabato 27 Febbraio 2016 è una restituzione di quello che abbiamo esplorato fin’ora. Il progetto si modificherà nel tempo arricchendosi di nuovi spunti anche grazie alle persone che si lasceranno coinvolgere. L’inizio del percorso è avvenuto attraverso alcuni interrogativi ma non abbiamo ancora trovato le risposte perché l’abitare è un processo mutevole e soggettivo. Le nostre domande sono provocazioni, le immagini stimoli che vi offriamo al fine di generare una riflessione collettiva sul significato che ha per ciascuna\o di voi il termine abitare.

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Homeworks#01

L’installazione, nella forma in cui ve la presentiamo in questi giorni, si compone di 4 sezioni differenti. Ciascuna rimanda al tema generale attraverso una sua specifica modalità espressiva: scene di vita quotidiana, una voce robotica incalzante e provocatoria, suoni artificiali, immagini dei mass-media, corpi nudi o indifferenti, azioni imprevedibili, vestiti comuni, lenti d’ingrandimento per sfuggire alle trappole in cui è possibile restare incastrate\i.

Homeowrks” è un contenitore fluido perché l’abitare è un movimento costante di entrata ed uscita da noi, di superamento e successiva riaffermazione di confini, di attraversamento di soglie che mischiano il pubblico con il privato, l’intimo con lo specchio.

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Homeworks#04 – Trappola per distratti

Consapevoli che il nostro sguardo si è sviluppato all’interno di una “cultura dell’abitare” specifica, storicizzata e geograficamente determinata oltre che influenzata dalle nostre identità di classe, genere e razza, riteniamo che sia proprio la presa di coscienza di ciò che è considerato naturale ciò di cui abbiamo bisogno per mettere in discussione la normalità che ci accompagna silenziosamente.

Homeworks” è un possibile punto di partenza: l’obiettivo è la scoperta della contraddizione ed il superamento della norma. Ci piacerebbe farlo anche con voi.

Video – SHARE YOUR SPACE

Share your space è nato quasi per caso, da una semplice osservazione su una coppia di panchine in una piazza. Abbiamo improvvisato sia il contenuto che le riprese e in un paio di ore abbiamo realizzato questa riflessione sullo spazio pubblico. Speriamo sia di tuo gradimento!


 

Camminavamo per le strade di Barcellona quando abbiamo notato queste panchine monoposto: l’antitesi della socialità. Ci si deve sedere da soli, stando ad almeno un metro di distanza da chi occupa l’altra panchina. Non ci si può sdraiare, così si mantiene il decoro. Abbiamo iniziato a chiederci: Per chi è pensato lo spazio pubblico? Chi decide il suo funzionamento? Che effetto ha l’arredo urbano sul nostro comportamento?

Abbiamo iniziato a fantasticare e a immaginare soluzioni (im)possibili.

Una riflessione sullo spazio pubblico. Sui corpi che lo abitano e sulle possibili relazioni. Un piccolo esperimento. Un divertissement. Buona visione!

Video – 3’42”

Barcelona 2014

Con Bar Tok, Maria Bala, Silvia Torri, Cristina Ceruti, Julio

Regia e montaggio Marsala

Video – URBAN DRAG

Oggi proponiamo il nostro primo progetto come Marsala! Questo piccolo video è stato selezionato da festival queer di tutto il mondo: U.S.A., Serbia, Spagna, Grecia, Italia. Per noi è importante non solo e non tanto come progetto artistico ma come atto politico.

Lo puoi trovare anche nella sezione Progetti, assieme agli altri nostri lavori.

Se ti piace, condividilo!


“Nasciamo nudi, tutto il resto è travestimento”: cinque persone esplorano la loro identità di genere attraverso l’uso di vestiti e trucchi. Una performance di pochi minuti racconta un processo in atto da anni nella vita di ciascuno di loro: non è solo un gioco ma la testimonianza di un bisogno profondo e di un percorso di vita complesso. Abbiamo scelto come set/ambiente della performance lo spazio pubblico urbano perché non vogliamo più essere relegati dalla normatività nello spazio privato, perché l’identità non è mai un fatto privato. Mai. I set/ambienti sono stati scelti con cura: Gran Via, la strada principale dello shopping madrileno, simbolo della cultura capitalista occidentale in cui siamo nati e cresciuti e Chueca, quartiere gay di Madrid, testimonianza del tentativo della logica consumista di appropriarsi delle controculture.

Video – 7’55”

Luglio 2013, Madrid. Venti attivist* provenienti da tutta Europa si ritrovano nel quartiere madrileno di Lavapiés per una settimana per partecipare al training organizzato da QueerArtLab sul rapporto tra genere, arte e spazio pubblico. Sono momenti intensi, di scambio, di ricerca, di condivisione. Alcuni partecipanti hanno l’idea di una performance che porti il drag (ma non solo) nello spazio pubblico. La mattina dopo andiamo a girare. Nasce Urban Drag: il nostro primo progetto. Un video nato per caso, in cui noi siamo entrate solo all’ultimo e senza avere le idee troppo chiare.

Urban Drag è un progetto di Cruising Queer Collective
con: Anita Prsa, Alex Michaelidou, Bar Tok, IlludShone, Tonci Batalic
La fondamentale presenza di Zarra Bonheur
Regia e montaggio: Marsala

Buona visione!